Ci eravamo già trovati ad affrontare questa situazione come GSA qualche anno fa e ora è toccato al CAI Pianezza. Essendo stato coinvolto in prima persona in entrambe le occasioni, mi sono impegnato per organizzare questa serata formativa.
Inizialmente sarà riservata ai soci GSA. È superfluo dirlo: la partecipazione è caldamente consigliata a tutti.
Colgo fin d’ora l’occasione per ringraziare i volontari della Croce Verde di Torino, che metteranno a disposizione il loro tempo e la loro competenza per formarci.
Ancora una volta una gita come da programma. Incredibile! Mai come quest’anno (premiati da un innevamento favorevole) siamo riusciti a rispettare il programma! Purtroppo la meteo fa un po’ i capricci e ci obbliga ad anticipare al sabato 9 maggio la salita alla Becca di Giasson, una signora BS in Valgrisenche, non proprio fuori Torino ma che saprà ricompensare la levataccia. Alle 6,30 siamo tutti ad Arolla, borgata sopra Uselliers al fondo del Lago di Beauregard con la sua diga “ridimensionata” nel 2015, sci in spalla sugli zaini, pronti a salire nel bellissimo bosco di LARIX DECIDUA MILLER,
alberoni pluri-secolari con tanto di targa. Centosessantacinque metri di dislivello e calziamo gli sci. Purtroppo non c’è stato il rigelo sperato causa una fastidiosa copertura nuvolosa notturna, non integrale ma sufficiente ad impedire l’indurimento del manto nevoso. In brevissimo tempo costeggiamo l’Alpe di Forclaz dove il bosco cede lo spazio agli ampi pendii e, sole che ancora si nasconde dietro le possenti montagne ad est, saliamo, compattando più volte il gruppo.
La neve salendo migliora di qualità passando dalla pappa inconsistente ad uno strato compatto che confidiamo si ammorbidirà con il sole che le previsioni danno imminente.
Senza alcun problema in poco più di 4 ore anche l’ultimo giunge sull’ampia vetta dove c’è posto per tutti e panorama su tutta la Vallèe. La Giasson è meta rinomata e incontriamo parecchi volti noti.
Permanenza in punta non esagerata a causa di una fastidiosa seppur leggera “bisa” , del resto siamo oltre i 3200 metri!!! Per fortuna il cielo ora è tutto azzurro ed il sole fa la sua parte.
Giovedì, 48 ore prima durante il test, si stava in punta in maglietta ma oggi è più fresco…Scendiamo, tutti ventuno, gli ampi pendii che offrono notevole libertà di scelta nell’itinerario migliore. Gli oltre 1300 di dislivello non sembrano avere minimamente fiaccato il gruppo che procede spedito verso valle su neve, se non da 5 stelle, facciamo 4 abbondanti!
Nel bosco riusciamo a ritrovare una “canala” in discesa ancora tutta innevata che, con qualche acrobazia, ci consente di arrivare a neanche 5 minuti dalla strada inter-poderale. Da lì in pochi minuti all’auto.
In breve arrivano tutti, chiusura in coda, come da programma, anche questa è andata! Plauso ai capigita “ufficiali” Bruna e Carlo in primis ed al supplente, Herr Marcello President-factotum, che ha sostituito Tea impegnata altrove. Ed ovviamente a tutti i partecipanti che hanno dovuto abbandonare i loro confortevoli giacigli in piena notte….ma forse ne valeva la pena!
Ci spostiamo per il ricchissimo tavolino allestito alla fontana di Surier dove compare ogni ben di Dio…..
Alla prossima, 24 maggio (probabilmente di un giorno solo) per l’ultima gita che i capigita individueranno tra le tante possibilità in funzione delle aperture dei colli alpini….
Nel segno dell’ardimento e della disciplina, il gruppo sociale si prepara alla grande impresa. Ogni gita porta con sé responsabilità che solo i più determinati sanno affrontare: e se nelle uscite in giornata esse si attenuano, nelle spedizioni di più giorni si moltiplicano, mettendo alla prova spirito, volontà e tempra.
Ma l’uomo moderno, proteso verso la vetta, non conosce rinuncia.
E così, nonostante previsioni incerte e cieli capricciosi, la due giorni viene confermata.
Le adesioni sono numerose, segno dell’entusiasmo che anima la comunità. Una selezione rigorosa porta a definire un gruppo di trentadue valorosi, tutti pronti a cimentarsi nell’impresa. Gli equipaggi vengono formati con precisione militare; due automezzi vengono trasferiti a Glassier, punto d’arrivo nella valle vicina. Un gesto di abnegazione che merita riconoscenza.
La colonna avanza lungo la strada, alla ricerca della neve che tarda a mostrarsi. Ma, dopo cinquecento metri di dislivello, ecco apparire il manto bianco: un segno beneaugurante. Si cambia assetto, si procede compatti. Al rifugio, una breve sosta: qualcuno, come il prode Cristian, sceglie di presidiare il territorio… prendendo il sole.
La marcia riprende verso la Trouma des Boucs. Si supera il Bivacco Spataro, dove Paolo si unisce alla nobile arte dell’abbronzatura; si attraversa il Plan de la Sabla, si punta al Colle di Crête Sèche. La neve è poca, ma lo spirito è molto. Al Plateau, anche Cristina si ferma, vigile sentinella del sole.
Il gruppo avanza lungo la morena, affronta un tratto a piedi, raggiunge il Col du Chardonay. Si calzano i ramponi: una parete ripida, una cresta esposta, e infine la conquista della vetta scialpinistica.
Poco meno di 1600 metri di dislivello, un panorama che ripaga ogni sforzo.
La discesa è ordinata, sicura, rapida: il rifugio accoglie i protagonisti dell’impresa.
Il pomeriggio scorre sereno: conversazioni, taglieri, sonni ristoratori, birre artigianali. Alle ore 19, come da disciplina, la cena: minestra di farro, pasta al sugo, salsiccia con purè, panna cotta. Poi riposo, necessario per la giornata seguente.
L’alba porta incertezza meteorologica, ma non indecisione. La conoscenza del territorio e l’ottimismo guidano la scelta: si parte. Si sale con ordine, si ricompattano le file, si raggiunge il Col du Mont Gelé, quota 3155.
Qui, però, la natura impone il suo verdetto: la nebbia sul versante di Ollomont è fitta, impenetrabile. Il bivacco Regondi è invisibile. La traversata viene annullata, con senso di responsabilità e prudenza.
Si torna per la via di salita, tra gobbe impegnative e visibilità ridotta. Al Plan de la Sabla la nebbia avvolge il gruppo, ma la direzione è chiara: tenere la sinistra.
Si prosegue ancora per un tratto innevato, poi gli sci vengono caricati in spalla: il divertente sentiero segna l’ultimo tratto della ritirata ordinata.
Alle auto, la logistica impone un ultimo sforzo: recuperare i mezzi lasciati a Glassier. Nel frattempo, i tavolini vengono imbanditi con disciplina e autocontrollo, senza toccare nulla fino al ritorno degli autisti.
La tavolata è sontuosa: salami, formaggi, carboidrati, vini dal bianco al rosso passando per il rosé. L’acqua, limpida e generosa, sgorga dalla fontana di Ruz.
Infine, i ringraziamenti: a Renzo, proiettato nella gestione della gita; a Marcello, presidente e guida sicura; alla triade Marco‑Claudio‑Sergio, sempre presenti e operosi; a Marco Benazzi, maestro indiscusso del taglio di salumi e formaggi; e a Davide Panagin, che con spirito goliardico raccoglie scommesse sulle mie decisioni.
Così si conclude la due giorni, esempio di organizzazione, cameratismo e spirito montano.
La tavolata è artigianale e genuina: torta d’avena, colomba, carciofini e bagna cauda di azienda agricola, pane ai 5 cereali, formaggio di lajetto, toma al tartufo canavesana, liquore degli dei, rosso di montalcino, nascetta di santo stefano belbo. L’acqua, limpida e generosa, sgorga dalla fontana di Ruz. Infine, i ringraziamenti a: Renzo, proiettato nella gestione della gita; Marcello, presidente e guida sicura; Stefano il vicepresidente imperituro
In una stagione in cui passiamo con disinvoltura dalla gita “cioccolata calda e copertina” alla gita “mojito e occhiali da sole”, questa settimana ci tocca il freddo… ma andiamo con ordine (più o meno).
Il programma originale direbbe: Tour de la Tour de la Tsa. Nome elegante, giro ad anello, cresta finale di 80 metri per sentirsi un po’ alpinisti e l’anello che sarebbe un bel fiocchetto finale sul pacco regalo. Peccato che la nostra spia infiltrata al Prarayer ci rovini la poesia: sotto niente neve e sopra altissima probabilità di crosta assassina. Tradotto: divertimento zero, rischio alto e sciata da dimenticare. Scartato.
Piano B: Pic de la Moulinière. Sulla carta: lungo ma bello, pendio finale OS e un tocco tecnico con ramponi. Nella realtà (testers del mercoledì): un lastrone di marmo di Carrara, più adatto a pattinaggio artistico che allo sci. Risultato? Gita trasformata in esercizio di “su e giù con picca e ramponi” senza neanche la soddisfazione della sciata. Scartato con decisione.
Nel frattempo anche il meteo decide di metterci del suo, regalando previsioni entusiaste come un lunedì mattina: domenica tragica, sabato “forse”. Arrivati a giovedì, con l’ansia da decisione che sale, optiamo per una vecchia conoscenza: l’Entrelor. Già fatto nel 2016 e 2018 (in traversata), già amato, e – speriamo – in condizioni umane.
Venerdì sopralluogo: condizioni ottime (miracolo!), salita alla vetta vera ma con un passaggino che invita alla prudenza. Decisione saggia per la sociale: anticima e via!
Sabato ore 7:45, siamo in 19. Evidentemente sabato mattina + dislivello hanno fatto più selezione di una maratona universitaria. Si parte: il bosco è duro come il pane raffermo e i rampant diventano subito protagonisti per molti. Dopo 400 metri, finalmente sole e primo ricompattamento (che in realtà è la scusa elegante per ansimare tutti insieme).
Si riparte lungo la “tracciona autostradale”, ma il gruppo inizia a sfilacciarsi come un vecchio maglione. Pause strategiche a 900 e 1400 metri permettono di respirare, socializzare e fingere che sia tutto sotto controllo. Qualcuno resta un po’ indietro e, lo ammetto, viene segretamente da me benedetto: anche le mie gambe iniziano a presentare il conto (spoiler: saranno 3400 m in due giorni… così, per gradire 😵💫).
Come da tradizione consolidata, in cima ci si aspetta tutti prima di iniziare a scendere. La chiusura arriva dopo una ventina di minuti… giusto in tempo perché il cielo azzurro decida di sparire. Tempismo perfetto.
Cambio assetto in modalità “discesa”, grazie anche all’assistenza tecnica dei soci, e si parte. Visibilità così così, ma scendendo migliora e ci regala pendii ancora quasi intonsi. I continui ricompattamenti sono ormai filosofia di vita: i primi respirano, gli ultimi non organizzano rivolte.
Arrivati al sole, l’obiettivo diventa uno solo: macchine e terzo tempo. Restano i famosi 400 metri di bosco, ma – sorpresa – hanno mollato e si trasformano in un divertente toboga tra gli alberi. In un attimo siamo giù: tutti interi, tutti felici e già con la testa al cibo.
E infatti… terzo tempo di altissimo livello: hummus artigianale di Luca, torte di Mauro e Mirella, pane da urlo di Carlo e varie ed eventuali. La colomba? Rimane chiusa. Troppo cibo, situazione fuori controllo.
Un grazie agli altri organizzatori: Guido presidia il centro gruppo con stile, Giovanni impone un passo che mette tutti in riga (Lucia e Cristina le uniche che si lamentano 😉), e Claudio che, anche se “non ufficiale”, tiene comunque tutti sotto controllo.
Morale: anche questa è fatta. E fatta bene!
Prossima puntata tra tre settimane in Valpelline… preparate stomaco e gambe 😄